Quattro quinti E’ una coincidenza. Ma le coincidenze non esistono. Kurt Vonnegut. La coincidenza che in questo caso si fa motore è la connessione/combinazione tra opere di artisti che operano sullo stesso territorio fiorentino. Tale incontro però è sollecitato dal luogo anomalo di villa Schneiderff che mostra sulle sue pareti lo stesso paesaggio collinare che vediamo affacciandosi dalla finestra. La riflessione che ci permettono di fare questi artisti va molto più in la di una semplice opposizione tra i parametri di Natura e artificio, finzione e verità, manufatto e oggetto trovato. Infatti, il discorso di fondo che emerge sull’idea di decorazione viene affrontata da Fei con un approccio di nominalizzazione delle cose che non esclude però, ma anzi rafforza l’approccio invece di evocazione di visione tentato da Smaldone, Ghioni, Sugahara e Loria. Questi artisti che utilizzano il disegno all’interno della tecnica pittorica sviluppano una ricerca tra loro molto diversa, ma ciò che li accomuna è una lotta estenuante tra l’oggetto rappresentato che si manifesta in forme pure e la superficie che lo accoglie. Questo atteggiamento all’inizio del 900 era uno degli elementi che aiutava nella lotta contro l’illusione figurativa a favore della verità della pittura: rappresentare la concretezza della pittura senza creare uno spazio illusorio separato dallo spazio reale. Con questi artisti questo movente diviene l’oggetto/soggetto stesso da indagare con le loro rappresentazioni: i mezzi con cui la pittura si realizza. Gli elementi all’interno delle loro immagini ci appaiono così da una parte conosciute e dall’altra misteriose. Questo perché lo spazio è infinito, non ci sono coordinate spaziali. I cervi avvolti dalla nebbia colore di Smaldone rimandano alle macchie volatilizzanti di Tomoko che si perdono nelle strutture di Loria e che si confrontano con i cerchi concentrici tra le forme pulite e arcaiche di Eloise Ghioni. Questi gesti del fare pittorico dialogano perfettamente con le fotografie degli oggetti del quotidiano che si stagliano su fondo nero di Carlo Fei. Quando in un territorio scopriamo nuove sfumature siamo portati a vedere tutto il resto sotto una nuova luce. La mostra 4/5 tenta un dialogo improbabile e impensabile che introduce una nuova dimensione contagiante per nuove future relazioni. La mostra propone ricerche talmente autonome che per strano effetto di opposti si coagulano per spazio e tempo in una lettura e riflessione comune sull’idea di rappresentazione e di nascita dell’opera come primo confronto con il supporto che la accoglie. Misurazione, dominazione ed uscita da tale supporto: la superficie fumosa di gesso e colore che rivela o ingloba forme di animali di Andrew Smaldone, il ferire con perforazioni precise a formare cerchi perfetti con cui ordina la superficie delle scatole/quadri di Eloise Ghioni, gli incastri tra geometrie minimaliste che si confrontano e stagliano con superfici monocrome liquide di Stefano Loria, o le muffe o esplosioni cosmiche di Tomoko Sugahara. Queste fantasie di forme/materie concretizzate in esperienza visiva contrastano e prendono nuovo senso rispetto al lavoro di Carlo Fei che da sempre isola singoli elementi del quotidiano mostrandoli in tutta la loro inquietante irrealtà al limite con forme pure astratte. Lettere d’oro tridimensionali per il fatto di essere fotografate su fondo nero non ci fanno più comprendere la loro dimensione. Le lettere da lontano sono una macchia. Da vicino portano su di loro i segni della manualità con cui sono realizzate. Nel mezzo della modalità di visione, come lo stato di limbo, vi è la vertigine di un nome che contrasta con la domanda sulle proporzioni, identità e possibile collocazione nel mondo di tale scritta: CARLO. Carlo si riferisca a tutti i Carli? E’ l’essenza dell’essere Carlo come Ernesto per Oscar Wilde, un nome indossabile da tutti? Oppure è l’incrinazione dell’motto minimalista quello che vedi è quello che è? Noi vediamo lettere galleggiare su fondo nero, ma cosa è in realtà? Il lavoro di Fei si relaziona con i quadri presenti nella stanza di villa Schneiderff a Bagno a Ripoli, Firenze . Infatti, anche se le opere pittoriche presenti in un certo senso sono frutto di un approccio opposto, ovvero sintetizzare tutto il mondo visibile in un confine preciso come quello del quadro, coincidono nel tentativo di recupero dei codici culturali e nel produrre e rivederli sotto un effetto straniante di perdita di memoria degli stessi per avere una nuova verginità visiva. I quadri hanno rapporti diversi tra materia oggetto e supporto, ma l’approccio è lo stesso: un’idea di mondo nella sua interezza che deve dare nuove coordinate al nostro modo di confrontarci con il concetto di rappresentazione e superficie pittorica. Lo spazio della rappresentazione è l’elemento che accomuna la messa in pratica di questa mostra. Lo spazio rappresentato non esiste, viene negato nel senso copernicano. Ovvero gli oggetti che accoglie non sono costretti a misurarsi con proporzioni precise. Non ci sono linee, non ci sono angoli. Noi che li guardiamo non sappiamo con che tipo di proporzione ci stiamo confrontando. È il limbo di Carlo Fei o è lo spazio del colore di Smaldone da cui emerge la figurazione o sono le variazione dei pigmenti da cui si espande la coscienza del limite cornice di Tomoko, Eloise e Stefano? In questo caso lo spazio non è fisico, ma si fa condizione. È la stanza bianca del finale di 2001 Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. È quello che vorremmo che fosse: i riferimenti del passato che divengono futuro. Lì attorno non c’era nulla e c’era tutto poiché era lo spazio cosmico. Qua questi elementi si confrontano con la natura, il paesaggio e il germogliare delle cose. Questa dimensione è messa in evidenza per opposizione da Fei che presenta un’assenza di aria e un aspetto surreale di magrittiana memoria. La fotografia come l’attaccapanni (evoluzione di un altro suo lavoro recente in cui ha esposto un’asta con microfono che registra la sua stessa presenza) sono la presentazione di due oggetti del quotidiano che si straniano da se stessi e che così si fanno meccanismi che registrano la presenza dello spettatore e gli fanno porre l’attenzione sul suo essere lì. I due lavori esposti, la scritta CARLO e l’attaccapanni, entrambi dal titolo Doppia esposizione si pongono come perfetta amplificazione delle opere pittoriche che si confrontano direttamente con i tempi della natura e dello sguardo. Queste opere hanno una dimensione evocativa. Realizzando una riflessione sugli strumenti analitici creano una riflessone sulla percezione, sul come si riconoscono le cose del mondo e sulla nostra responsabilità di fruitori di reinserirli mentalmente in esso.. Lorenzo Bruni