La profonda leggerezza del colore Entrare in uno spazio definito dalle opere di Eloise Ghioni – come le pareti di una stanza o di una galleria – significa immergersi in una strana atmosfera. Immediatamente siamo presi dalla luce che i suoi quadri emanano; allo stesso tempo ci colpisce la lievità delle opere, a causa delle cromie e dei materiali che non sono mai mero supporto; poi siamo come circondati da un silenzio profondissimo ma che non induce a pensieri di tragedia, al contrario è come un ambiente saturo di energia vitale e lirica; insomma, sembra quasi di essere catapultati in una sorta di Nirvana, per il senso di pace, di trasparenza, di silenzio, di vuoto assoluto che si prova. Poi scatta la riflessione e la ragione fa funzionare le sue facoltà di analisi, culturali, storiche, estetiche. Su questo piano vediamo subito che la giovane artista non fa un uso “smodato” né “ridondante” del colore. Questo, fin o a poco tempo fa, era preferibilmente bianco con tracce di colori altri a pastello; un bianco come somma di tutti i colori, quindi come il massimo della cromia non come assenza di questa, come gli “a-chromes” di manzoniana memoria. Ed è per questo che Ghioni non poteva fermarsi al bianco – per altro, in lei mai algido – per cui necessariamente la sua “tavolozza” doveva arricchirsi. Abbiamo, allora, le opere recenti che, pur non avendo abbandonato il bianco, cominciano ad apparire grigie, verdi, rosa, gialle, blu, colori di toni sempre tenui, lievi, silenziosi e delicati, ma non per questo meno intensi e profondi, capaci di catturare, al di là della percezione dell’occhio, l’intelletto dello spettatore e di portarlo nel vivo dei misteri dell’esistere, dato che la tensione dell’artista è proprio proiettata verso la volontà tenace di “rappresentare l’invisibile”. Ecco quindi quei segni leggeri che costruiscono le uniche immagini sullo sfondo monocromo della tavola (abilmente preparata e lavorata con cementite e stucchi, prima di ricevere il colore e il segno): sono anelli, forme circolari che si pongono aggregati, concentrici, intersecati, tangenti, cioè con un movimento – come gli elementi dei sistemi celesti – che è centripeto e centrifugo, e che a volte anche assume l’immagine, e la forma, del vortice che risucchia tutto nell’infinita profondità, emanazione di una forte energia che è cosmica e umana ad un tempo. Il cerchio, per altro simbolo della perfezione e dell’infinito, viene “disegnato” con la grafite o con il pirografo. Qui, con questa tecnica, si introduce un altro elemento ancestrale o, se si vuole, archetipo, cioè il fuoco (che è all’origine di tutte le cose…). Orbene, l’analisi “fredda”, liberandosi per quanto è possibile, del “tepore” che le opere di Ghioni emanano, ci porta a cogliere gli elementi strutturali più propri dell’arte, in generale, e della pittura, in particolare. Colpisce la sua capacità di comporre armonie e accostamenti cromatici; di creare, pur con pochi componenti e senza ricorrere al disegno particolareggiato ed imitativo (come, ad esempio, la prospettiva), situazioni di intensa profondità; di produrre ritmo e senso di “moto perpetuo” con i cerchi che entrano e/o escono dal quadro. Usa il colore in funzione anche “spaziale”, come quando il giallo è così intenso che sembra emanare una luce che va ad occupare tutto lo spazio raggiungibile; oppure, dato che i quadri sono costruiti a “cassetta”, quando dipinge i bordi in sintonia con la superficie (così le opere “bianche” hanno i bordi verdi, gialli, grigi, mentre i quadri, ad esempio, grigi hanno i bordi bianchi), ottiene una grande profondità per l’opera oltre a far risaltare, per confronto, il colore base dell’opera stessa. Le virtù “manuali” dell’artista si colgono anche in quelle opere su carta – carta speciale, di cotone – che viene lavorata col bulino a sbalzo così da ottenere dei rilievi di notevole forza iconica ed espressiva. All’artista piace usare misure in proporzione quando si tratta di opere piane (da cm 40 x 40, con il progressivo aumento di cm 20, fino al cm 100 x 100), ma è affascinata anche dalla conquista/costruzione nello/dello spazio reale, fisico, non solo di quello”irreale” della semplice superficie piana. Quindi abbiamo delle installazioni con vari tipi di carta, come carta di riso e carta da lucido, le quali, nel caso più recente, sono srotolate dal rotolo, dall’alto verso il basso, e collocate in posizioni più o meno avanzate: così, anche con i “disegni” e l’uso delle sue tecniche (cerchi, “buchi”, bruciature, disegni, stucchi, colori), creano sovrapposizioni e, perciò, profondità, movimento, spazialità complessa. Giorgio Bonomi