Outsider (testo catalogo) Di primo acchito s’intravede, su carta o legno che sia, la delineazione della figura piana, simbolo di compiutezza per eccellenza: il cerchio perfetto che si compone attraverso il susseguirsi ripetitivo di piccoli punti, a loro volta micro circonferenze. A volte si individuano linee leggermente convesse, non sono una diversione ma, una destrutturazione del cerchio: disarticolando la forma si rappresenta una parte del tutto. Un lessico formale ma essenziale che si condensa in un cromatismo limitato, quasi inesistente. Molto tempo fa ad un famoso artista giapponese fu chiesto quale fosse secondo lui, la cosa più difficile da dipingere ed egli rispose: “uno spazio bianco dove nulla viene raffigurato”. Dire molto con poco è la sfida che Eloise Ghioni si è posta. Tutto pare inserito in un fluido perfetto di calma, ma è come se la perfezione serbasse all’improvviso una rottura, quegli anelli torturati dall'esterno da tanti fori, mostrando la propria imperfezione, si decentrano o si spezzano per completarsi nei moduli adiacenti, ricongiungendosi così solo idealmente. Il tutto sempre nel bianco, superfici e non colori, forse lo spazio bianco tra un punto e l'altro che compone il grande anello, può essere un'attesa o un intervallo? Lo è. La "Minimal Art" fu contraddistinta dalla produzione di grandi forme geometriche cromaticamente sostanziali, ispirate a gelidi sistemi costruttivi privi di concessioni all'empatia; ma l'arte di Eloise Ghioni no, ha la rara peculiarità di evolversi, poiché ogni anello serba un senso recondito e personalissimo. Il prestigioso Enrico Castellani chiama “introflessioni ed estroflessioni del tessuto” la sua investigata pittura monocolore e gli esercizi sulle tele foggiate; definirei “bulinature artistiche” le incisioni che portano alla bidimensionalità della carta e alla lacerazione del legno, le abrasioni apportate da Eloise Ghioni poiché, esattamente come un orafo, cesella i suoi preziosi gioielli bianchi ed altera il supporto creando un rilievo discontinuo che si percepisce solo al tatto, come nell'alfabeto braille. Ogni opera è già l'ultima poiché unica. Eloise Ghioni, esattamente come fu per Castellani, ha fatto del proprio lavoro un percorso costante, studiato, arrivando ad individuare uno stile unico e una riconoscibilità immediata. L’opera d’arte non è solo sforzo, impegno e tecnica come un tempo, ma anche irragionevolezza, fantasia, improvvisazione, tutti elementi che fanno parte della vita. E la grande Arte parla sempre della vita. Da qui nascono non cerchi ma “anelli” che compongono una catena e che si esalano da eventi latenti ed incisivi che hanno tracciato animo e corpo come carta e legno con profonde incisioni e bruciature. Si dice che l’arte debba emozionare, in forma collettiva od individuale, da sempre l’arte ci spinge a riflettere, pensare, meditare anche sulla contemporaneità e sulla nostra civiltà. Davanti ai cerchi, a volte tinti di toni leggerissimi, la nostra fantasia può pensare di tutto o chiedersi mille volte <>. I cerchi di Eloise Ghioni hanno la preziosità di consentire allo spettatore di pensare, riflettere o sentirsi libero d’ immaginare quel che vuole. E’ compito dell’arte farci sentire liberi. Nei suoi “anelli spaziali” si crea un campo in cui la luce assume un ruolo cardinale identificando lievi zone d’ombra, così spazio e luce nutrono ogni opera rendendola organismo vibrante. La relazione tra spazio, luce e forma individua una ricerca acuta e minuziosa, forse la più rigorosa di tutte, ma anche la più penetrabile ad interpretazioni perché può essere raccontata in infiniti modi e definire al contempo nuove e fresche emozioni. Ricordando Arata Isozaki nel progetto di Zaha Hadid, mi permetto di attribuire ad Eloise Ghioni, la capacità di attivare forze interne proprie del suo stile concentrico, capaci di attuare un’ armonizzazione composita senza uguali. Ha vinto i tempi partendo da una progettualità artistica che si costruisce sull’idea, ma anche sulla meticolosità con cui ogni opera è concepita e in tal caso, è sicuramente un outsider superando i limiti tradizionali del quadro dipinto. Sarà mai realmente imitabile? Anna Soricaro