Intervista (testo catalogo) Anna Soricaro: E’ tanto che parliamo e ci intendiamo. Conosco tutte le tue ricerche e gli istinti che le hanno provocate. Ora sei in una fase molto importante della tua ricerca artistica dove tecnica ed idea sono ad un punto sublimante. Quando il capolavoro è frutto di una maestria inimitabile come le sculture di Canova non si nutrono mai dubbi. Oggi trovandoci in un museo davanti a resti di cene consumate incollati sui tavoli come quelle di Daniel Spoerri o davanti a chi dipinge le sue tele totalmente di bianco come Robert Ryman, immediatamente il panico si palesa temendo di essere presi in giro. In realtà penso che le nuove idee siano più fastidiose di un "apparecchietto" per denti, ma consentono a una società di non invecchiare e distorcesi. E tra le nuove idee e le forti emozioni c’è la tua Terza Pelle, innovativa dal titolo alla forma. Eloise Ghioni: Third Skin è un progetto nato spontaneamente. La Terza Pelle è una membrana filtrante: protegge, diluisce e trattiene gli eventi, e su di essa si sedimentano le esperienze. Se potessi visualizzarla fisicamente sarebbe una densa nebbia o una pasta gelatinosa, ecco perché è bianca, inoltre essa conserva il passaggio delle emozioni. Di fatto è un filtro invisibile che protegge, ma non solo. E’ una memoria extrasensoriale, una membrana di interscambio. Le energie provengono dall’esterno o dall’interno e la mia Terza Pelle, filtra, catalizza e trattiene in essa solo l’essenziale. Le bruciature che apporto sul legno sono cicatrici perenni che resteranno in me, che hanno segnato il mio passato e il mio presente in forma indelebile e dolorosa cambiando la mia vita. A.S. Le opere di Third Skin sono composte da pochi elementi geometrici insieme al rigore esecutivo, al cromatismo limitato, all'assenza di decorazione. Il risultato pare quasi "oggettuale". Oggetti geometricamente definiti, forme pure, essenziali. Sicuramente l'idea e la riflessione subentrano ai cerchi che riproduci, indipendentemente dal carattere tradizionale o innovativo. Sai che non amo definirli cerchi, ma anelli, perché la tua arte è come una grande catena composta da tanti anelli di diversa forma e grandezza, ma mi piacerebbe sapere perché hai prediletto proprio il cerchio e non il quadrato ad esempio, che è la forma finale che più frequentemente affidi alle tue opere. E.G. Avevo bisogno di un forma che esplicasse con la sua sola presenza il significato ad essa associato e il cerchio è l’elemento perfetto a questo scopo. Il cerchio è continuità, energia, purezza, emblema di eternità, perfezione, ma rappresenta anche il ciclo della vita. Cercavo quindi un segno essenziale che mi permettesse di non "contaminare" eccessivamente il senso stesso di Third Skin, quindi oltre alla simbologia classica alla quale facciamo spesso riferimento, ho semplicemente utilizzato il cerchio come forma primordiale del Tutto: le cellule sono tonde, gli atomi sferici, ogni elemento ha un percorso ciclico e pertanto solo esso poteva essere utilizzato come elemento costitutivo di Third Skin. Ogni elemento tracciato è circolare, anche le linee che a volte si intravedono non sono linee rette ma archi di cerchio. E’ un concetto astratto, me ne rendo conto. Sostanzialmente sono tutti cerchi. Rinnego la strumentalizzazione delle immagini nella mia arte e per arrivare all’essenzialità del messaggio avevo bisogno del cerchio. A.S. E’ inevitabile che nella vita, in generale, a prescindere dagli ambiti, si abbiano punti di riferimento. Se tu fossi un architetto ti avvicineresti al periodo del decostruttivismo russo, in cui la grande virata fu avviata da Melnikov, sarà perché anche l'architettura è un linguaggio e come l'arte visiva utilizza forme, spazi, colori, come te. In realtà in campo artistico il volume creato dalla bidimensionalità dei tuoi punti mi rende facile affiancarti alla scultura, piccole delicatissime sculture. Ma vado oltre, ti ho spesso detto che le tue superfici come spazio mi ricordano Enrico Castellani, fondatore della rivista e omonima galleria Azimuth, che ha creato vibrazioni nello spazio come i tuoi puntigli identificano ondulazioni sulla carta o sul legno. In realtà c’è un punto di riferimento? E.G. No, nel modo più assoluto, ma è interessante notare che spesso analogie di forma, percorso e sviluppo si intersechino in epoche differenti, del resto questa cosa non mi stupisce affatto… il punto focale è casomai comprendere che percorsi similari giungano a risultati similari, del resto ogni artista porta con sé mille domande e l'arte racchiude in sé tante risposte. A.S. So che hai una mente geniale oltre che raffinata ed elegante, specie perché credo che sia più facile usare tanto colore per scaricare le proprie emozioni forti che non lasciare il supporto bianco. Ma opinioni ed emozioni non sono mai la verità. Il bianco, che ricorre spesso nelle monocromie, è il non-colore che suggerisce il concetto di assenza. Ti ho conosciuta e apprezzata perché avevi la mirabile capacità di dire tutto con poco e sempre in bianco. E.G. La predilezione per il bianco l’ ho sempre avuta, credo sia il mio bisogno di esistenzialità a spingermi a lavorare con l'essenzialità. A.S. Da sempre dipingi su legno, da poco ti sei avvicinata alla carta pregiatissima e francese per di più. Credo che siano supporti fragili come in questa tua fase personale di Terza Pelle, apparentemente forti ma deboli che hanno in natura segni identificativi di venature, esattamente come te che ti accingi a dipingere. Perchè la scelta della carta ancora più debole del legno, sebbene sono certa che sia complementare? E.G. Il passaggio dal legno alla carta è stato naturale. Posso dire che i lavori di "Third Skin paper" siano nati autonomamente. Nell’ultimo anno ho avuto emozioni particolari che mi hanno portata sin qui. Sono stata bersagliata da tanta energia negativa ed ho trovato sollievo solo spingendomi oltre l'essenziale, un'esigenza interiore di compensazione tra forze. In particolare la scelta della carta è stata causata anche a seguito di un problema di salute sopravvenuto per le continue esalazioni derivate dalla bruciatura del legno. C’è una metamorfosi fisica della carta a cui appartiene una metamorfosi fisica del corpo. Io utilizzo supporti diversi con caratteristiche simili, infatti entrambi “sono vivi”, del resto la carta è un lavorato del legno, e il legno è il prodotto dell'albero, l'albero è vivo: nasce, cresce, si propaga e muore, dentro ad esso scorre la linfa. Benché legno e carta non posseggano più la vitalità propria dell'albero, entrambi ne trattengono il ricordo, ed essendo Third Skin una membrana viva che fondamentalmente reagisce al passaggio, ovvero al ricordo, delle emozioni; solo questi due materiali possono rappresentare idoneamente la Terza Pelle. Legno e carta invecchiano ognuno in forma indipendente, mi piace pensare che le mie opere d'arte abbiamo un ciclo di esistenza similare a quello di ogni forma di vita, elementare o complessa che sia e che con il tempo anche loro giungeranno al deterioramento fisico delineando così il percorso ciclico di ogni cosa. Come vedi il cerchio non è stato scelto a caso. Di fatto, “matericamente” parlando, cerco di interagire con la specificità fisica del supporto, apportando delle metamorfosi, o meglio delle alterazioni, plasmando la carta in morbidi rilievi o perforando e bruciando il legno. Io sto alla carta e al legno come gli eventi vissuti stanno a me. A.S. Ho come la sensazione che tu sia in una particolare fase di ricerca in cui ti interessa parlare attraverso le cose, affidarti all’autonomia di ogni cerchio che incidi per far percepire la tua esperienza sempre più radicale creando uno spessore che poi, accumulatosi, potrà cambiare un giorno le cose. E così entri nei tuoi cerchi come se fossi in una macchina, cammini e consumi tutta la benzina del serbatoio e poi esci, magari per ricominciare. Allora, ti chiedo, quale sarà la prossima forma e il prossimo supporto dopo che avrai esaurito la benzina? E.G. Ho in mente tante cose, ma si vedrà, ogni cosa a suo tempo. Il mio unico e vero obiettivo è quello di continuare a lavorare così come ho fatto sino ad ora. E' una ricerca solitaria ma che condivido, perchè narra esperienze di vissuto così uniche se viste nel loro contesto, ma universali perchè trattano temi di vita. Nel dolore siamo soli, ma tutti ci troviamo a soffrire nell'arco della vita. Credo sia fondamentale che un'opera d'arte a prescindere dalla sua forma (pittura, scultura, installazione) rechi un messaggio. A.S. Spesso le opere sono realizzate attraverso procedimenti industriali. L'esecuzione è sottratta alla mano dell'artista e affidata alla precisione dello strumento meccanico. Le tue opere no. So che imprimi la carta per creare i cerchi e bruci il legno. Sol Lewitt sviluppava la sua ricerca muovendosi da una struttura cubica ripetuta modularmente, Robert Morris attua geometrie assolute stabilendo un colloquio intuitivo con l’osservatore, solo per citare due grandi esempi della Minimal Art a cui in parte, a mio avviso sei legata, ma evolvendoti. Ritieni che lavorare singolarmente ogni opera con tratti piccolissimi che portano via tempo immane consentirà loro una longevità o è solo un pregio aggiuntivo di cui doti i tuoi lavori? E.G. Ritengo l'opera finale al pari di un manufatto, che sia prodotta dalla mia mano o da quella di un'altra persona non cambia la sostanza, se vogliamo attribuirgli il valore aggiuntivo dato dalla realizzazione "per mano dell'artista" facciamolo, ma è pura velleità. Per ora tutte le mie opere sono anche auto-prodotte, ma questo avviene solo perchè amo realizzarle e non per la convinzione di "autenticarle"! Tratto da una conversazione telefonica..